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Zi’ Rapa — Costanza Ghezzi

Aggiornamento: 18 gen

Racconto breve, pubblicato sulla rivista Argentariana, Effigi Editore.

Negli anni ho perso molte delle persone che ho incontrato, ma sono quelli come lui che rimangono impressi nella memoria: quelli strani, diversi, che sconvolgono gli equilibri e lasciano un lieve senso di colpa.

Ogni paese ha bisogno di un demone, il nostro era Zi’ Rapa. Abitava vicino a casa mia, lo spiavo, lo temevo, ne ero affascinata. «Adesso chiamo Zi’ Rapa e ti faccio portare via» minacciavano le madri quando i bambini diventavano ostinati. E di solito funzionava. Perché Zi Rapa era brutto come l’inferno, e aveva una voce che non potevi dimenticare. Lo incontravo spesso, ogni giorno faceva molta strada

– sempre la stessa – con il suo corpo sbilenco, così tanta che nessuno avrebbe perso tempo a misurare. Usciva il mattino più o meno presto – dipendeva dalla sbronza della sera prima – e girava per il paese a raccogliere i cartoni, prima che finissero nel camion della Nettezza. Ne caricava tanti quanti entravano sullo scheletro metallico e arrugginito di una carrozzina. Li trasportava attraverso la latitudine del paese, fino al suo deposito privato, in via dei Fari. Quando pioveva copriva il carico con un grande ombrello nero sgangherato, che agganciava al passeggino con un elastico stinto e slabbrato, trovato chissà dove. Zi’ Rapa sapeva fare i nodi da marinaio e non perdeva mai niente. Quando erano un bel mucchio, li stipava di nuovo tutti e li portava di nuovo in paese, ogni primo giovedì del mese, per consegnarli al tizio di Napoli che li pagava un tanto al chilo. I soldi dei cartoni a Zi’ Rapa servivano per il vino e nient’altro, perché un lavoro in verità ce l’aveva e con quello pagava una parte dell’affitto della casa dove viveva

la Rita, insieme ai figli. Mi chiedevo, nelle riflessioni che facevo seduta in fondo alle scale, che cosa potessero dirsi quei due, visto che Zi’ Rapa parlava un linguaggio incomprensibile. «Ha messo al mondo due figli incapaci come lui» commentava mia madre quando lo intravedeva trafficare nel giardino della Villa Rossa che confinava con la nostra. Immaginavo con compassione i figli, che sbavavano e si trascinavano sul pavimento. Orrendi come il padre, ma in modo più gentile. Capelli neri come il liquido delle seppie, unti di brillantina, pettinati all’indietro, ondulati, lunghi sul collo abbronzato e sudicio o raccolti in una crocchia fuori dal tempo. Occhi neri, profondi come caverne e appozzati in laghi di solitudine. Pochi denti dietro le labbra prosciugate, voce roca, disabituata alla risata. Non aveva molte strade da percorrere, sempre le

stesse che calpestava ciabattando nei sandali di gomma luridi, trascinando lo scheletro del passeggino arrugginito: su e giù per la solita discesa, dal Valle fino alla Villa Rossa, dalla Villa Rossa fino al paese.

Un gruppo di ragazzacci appena meno scalcinati di lui a volte lo seguiva cantando a voce alta e distorta.

Per la salita arriva Zi’ Rapa, raccoglie i cartoni e se li beve, maremma maiala,

puzza come un morto eppure è vivo,

assomiglia a un vecchio porco travestito…

Parole così, senza senso, lanciate in aria per ferire e deridere. Ma il vecchio neanche pareva sentirle, continuava per la salita guardando fisso in avanti, senza concedere nulla, infischiandosene proprio. Tra quei ragazzi poco raccomandabili, in gran parte segnalati ai Servizi Sociali per disagi di vario tipo, c’era Fabione, mio compagno di classe, pluriripetente e bestemmiatore incallito, residente a Lividonia, il “quartiere dei poveri”. Avevo più paura di lui che di Zi’ Rapa e quando arrivava insieme ai suoi compagni, mi nascondevo dietro il palazzo adiacente alla scalinata che portava a casa mia.

Della Villa Rossa, proprietà dei Baschieri, era il custode: sorvegliava il parco, chiudeva e apriva il cancello verde – altissimo – affacciato sulla strada stretta, che dopo un centinaio di metri diventava sterrata e si srotolava sulla scogliera. Portava ai Fari, quello vecchio e spento, e quello nuovo, che quando faceva buio s’illuminava e lo potevi vedere dall’isola del Giglio,

nelle sere chiare. Non credo che ai Fari ci fosse mai arrivato, anche se i ragazzini chiacchieravano che ci andava sì, a cacciare gatti e topi che poi si mangiava. Sul sentiero avevano trovato pelli rinsecchite con ciuffi di pelo.

Dietro il cancello, all’inizio del viale che portava alla casa, c’era una roccia a forma di maiale, con due orecchie appuntite, un dorso liscio e uno spunzone contorto a fare da coda. I bambini ci andavano per giocare a cavalcare l’animale di pietra. Nei pomeriggi primaverili si formavano vere e proprie code pigolanti. Fin quando sentivano il cigolio della carrozzina di Zi’ Rapa. Allora scappavano, urlando come scimmie e senza un motivo reale, non ho mai sentito che ne avesse importunato alcuno. «Sciò, andate via. Via che devo chiudere» bofonchiava soltanto, strascicando le parole come chi non parla da molto tempo. Ma faceva paura, solo e nero com’era, nessuno si chiedeva se la paura avesse un motivo reale. Ero solo una bambina e Zi’ Rapa mi sembrava enorme. Ero una ragazza e Zi’ Rapa mi sembrava enorme. Non era giovane e non era vecchio, rimaneva nella stessa indefinita e sospesa età dei matti e degli esseri spaventosi dei film horror. Custodiva la Villa Rossa in cambio di lavori di manutenzione spicciola, più che altro in giardino. In autunno bruciava vicino al cancello le potature del viale, con il forcone in mano sembrava un diavolo, lo osservavo di nascosto dal piccolo passaggio che separava la proprietà dei miei dalla Villa Rossa. Ero attratta e inorridita da lui, che non conosceva gentilezze perché poche ne aveva avute. Solo mia nonna sembrava prestargli qualche attenzione; in cambio di piccoli favori gli lasciava dei soldi con la raccomandazione:

«Non te li bere, pensa a tua moglie». Alla signora Carolina, non le negava un sorriso sdentato, lanciato sulla strada come un dovere. Quando avevo nonna vicina, mi sembrava meno terribile anche se sapevo che non l’avrebbe ascoltata. Non potevo dargli torto, i soldi passando di mano diventavano suoi e poteva farci quel che voleva.

Zi’ Rapa dormiva in uno dei tre garage sulla strada, che appartenevano agli stessi proprietari della villa. Uno accanto all’altro, senza finestre e con una porta a una sola anta. I cubicoli ricevevano un poco di luce dalle losanghe intagliate nel legno dipinto di verde. Erano scavati nella roccia, e la roccia formava la parete di fondo. Una gettata di cemento isolava l’ambiente stretto e umido dalla terra, e sul cemento aveva costruito un giaciglio lercio: il materasso quasi sfatto, qualche coperta militare e ruvida, delle lenzuola grigie e un cuscino appena decente. Si chiudeva dentro quando faceva buio, con qualche bottiglia di birra e di vino. A volte gin e whiskey di poco prezzo. Sognava donne che non poteva avere sfogliando i fumetti porno che raccattava in giro. Fantasticavo su di lui, quando ero sicura che non ci fosse mi affacciavo timorosa a sbirciare dentro la stanza, mi sembrava inconcepibile che potesse trascorrere così tanto tempo da solo, senza tele, senza niente, buio e gatti e basta. Perché non aveva amici, solo la Rita, la moglie rimasta in paese, attaccata stretta all’alloggio popolare che aveva ottenuto nei ’50 e che manteneva grazie al lavoro di pulizie nel Cimitero, anche questo assegnatole dal comune, quando si era iscritta nelle liste del bisogno. Si erano sposati nel ’52 e nella casa erano entrati insieme. Non da innamorati, ma come disperati che hanno deciso di unire le proprie debolezze per racimolare qualche forza in più. Ma a Zi’ Rapa quelle quattro mura stavano strette, come anche i berci della moglie, che cercava di ricavare dall’animale del marito un qualcosa di simile a un essere umano. Urlavano spesso, la moglie urlava più forte e così, quando lui fu chiamato a lavorare come custode della Villa Rossa, decise che sarebbe stato meglio dormire nel garage affidatogli come ricovero degli attrezzi. Era diventato nero, sempre più nero. Faceva paura ai bambini e ribrezzo agli adulti; si era costruito una distanza che lo proteggeva dalla necessità di parola e di relazione. Non l’ho mai visto in compagnia di qualcuno,

a parte due gattacci magri che lo seguivano ovunque e incrociavano le zampe feline con i suoi sandali fradici. In paese si diceva che fosse stato un bel giovanotto. Nato durante la guerra, cresciuto dalla madre rimasta

vedova, che si arrangiava come poteva. La barca era di un amico, in mare andavano per pescare a tramaglio non certo per fare il bagno e prendere il sole, come altri della loro età. Il pesce lo rivendevano alle friggere o ai ristoranti. La frazzumaglia la dividevano e la portavano a casa. Nei tramagli incocciarono una mina rimasta nel fondale tra le alghe. L’amico perse una mano, lui per pura fortuna ci lasciò solo una parte di senno, che già si diceva ne avesse poco. Era rimasto una testa di rapa. La Rita se l’era preso lo stesso, tanto un disgraziato vale l’altro, e ancora oggi non l’aveva lasciato del tutto: lo faceva cenare da lei un paio di volte a settimana, di tanto in tanto gli faceva il bucato. Lui in cambio lasciava un obolo per la pigione. Non era molto ma abbastanza, considerando che lo stipendio che prendeva era misero, concesso per beneficenza insieme al garage. Nessun contratto. Negli anni si era inselvatichito, aveva dimenticato il vocabolario, e in fondo non gli importava molto perché con i gesti le cose importanti le comunicava. La carrozzina l’aveva trovata alla discarica comunale, con una copertina di lana celeste scolorita, ripiegata sulla carcassa. Aveva tolto tutto, gli era utile solo il telaio sulle ruote, e i cartoni ci stavano un amore. Insomma, di fondo non dava noia proprio a nessuno. Eppure, una mattina Fabione e suoi lo presero di mira con delle pistole strane, lancia proiettili ad aria compressa, che facevano un rumore potente, come fossero vere.

Nella testa di Zi’ Rapa risuonò lo scoppio della mina, sugli stinchi magri si ficcarono e rimbalzarono i piombini, le mani in fretta coprirono le orecchie e lasciarono andare la carrozzina, giù per la discesa. I ragazzi ridevano, il vecchio di fronte a loro era tornato bambino e indifeso. Lo lasciarono in ginocchio, con la testa piegata sul petto e circondata dalle mani. Lo vidi da lontano, rientrando a casa, non mi avvicinai, per paura e per disgusto, con i miei non ne parlai. Nessuno si accorse che Zi’ Rapa era sparito, e che la carrozzina giaceva abbandonata ai lati della strada, in fondo era una storia che non interessava. Solo quando il puzzo si fece intenso, furono chiamati i vigili urbani assieme al camion chiassoso dei pompieri. Me li trovai in fondo alle scale, con la sirena che girava luminosa e invadente. Rimasi seduta sull’ultimo gradino, ad aspettare che buttassero giù la porta. Lo trovarono raggomitolato sul giaciglio, tra i vetri delle bottiglie, con le mani sempre alle orecchie e gli occhi neri spalancati. Era morto in silenzio, come in silenzio era vissuto. In paese mi fermai davanti al muro del pianto, la parete grigia e sfarinata dove incollavano i necrologi. Armando B., anni 65, è mancato all’affetto dei suoi cari. Mi fece strano che Zi’ Rapa avesse un nome vero e non me l’ero neanche immaginato, aveva l’età di mia nonna, ma non si capiva. Neanche io ci avevo capito niente, questo mi dispiacque. Negli anni ho perso molte delle persone che ho incontrato, ma sono quelli come lui che rimangono impressi nella memoria: quelli strani, diversi, che sconvolgono gli equilibri e lasciano un lieve senso di colpa. Armando, riposa in pace.







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